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Rassegna stampa CLU dal 20 ottobre al 2 novembre 2009


Questa nostra cara Università

«Entriamo nel “merito”», Gigi Roggero, Il Manifesto, 29.10.2009
«Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio” presentato ieri può tranquillamente cominciare dalla fine: “dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco la cosa importante: la strategia del governo consiste in tagli e dismissione, punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il senso.»

«La riforma lumaca dell’università», Tito Boeri, La Repubblica, 29.10.2009
«Il paradosso è che questa riforma rischia di essere più fragile proprio dove è più innovativa. Perché per attuare i cambiamenti più significativi si affida al dirigismo, concedendo il minimo di autonomia possibile agli atenei. È la filosofia che spinge il legislatore a introdurre una serie di paletti che rischiano di precluderne la stessa approvazione. [...] La strada maestra per riformare la nostra università consiste nel modificare davvero i criteri per l’attribuzione dei fondi, spingendo tutte le sedi a fare meglio nella ricerca e nella didattica per sopravvivere. È la strada che ogni governo si ostina a non voler intraprendere. [...] L’università ha bisogno di autonomia e la riforma non può che essere fatta creando le condizioni per cui questa autonomia venga bene esercitata. Le scorciatoie sono attraenti, ma non ci portano lontano.»

«Università, i rischi della riforma Gelmini», Salvatore Settis, La Repubblica, 25.10.2009
«Per competere a livello internazionale bisogna innalzare il costo-standard pro capite, dunque incrementare gli investimenti in modo significativo, e non stabilire standard convenzionalmente bassi onde giustificare ulteriori tagli. […] Quel che il governo deve decidere è se vogliamo competere con gli altri Paesi (quanto meno d’Europa) o no. Per citare un dato recentissimo, la distribuzione dei fondi di ricerca europei, fatta sulla sola base del merito,  si è rivelata proporzionale agli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo dei singoli Paesi: l’Italia (1.10% di investimenti) è stata sorpassata da Paesi assai più piccoli come la Svizzera (2.93%) e l’Olanda (1.82%). Investiamo un quinto che in Israele, un quarto che in Svezia e Finlandia, un terzo che in Islanda; siamo stati recentemente sorpassati anche da Spagna, Slovenia, Repubblica Ceca. Quale è il riequilibrio che andiamo cercando? Quali sono gli standard che ci ripromettiamo? Quali le mete? Allo sforzo normativo corrisponderà una lucida visione del futuro?»

Commento
Martedì 27 Ottobre è stato approvato in Consiglio dei Ministri il disegno di legge in materia di “organizzazione e qualità del sistema universitario”, la tanto attesa riforma dell’università. La maggior parte dei commentatori e degli addetti ai lavori ha accolto positivamente il ddl. Secondo il Prof. Decleva, Rettore dell’Università di Milano e presidente della CRUI “per l'ampiezza del suo impianto e la valenza riformatrice degli interventi previsti, [il ddl] rappresenta un'occasione fondamentale e per molti versi irripetibile per chi ha davvero a cuore il recupero e il rilancio dell'università italiana”. Grande entusiasmo e toni quasi trionfalistici anche da parte di Confindustria che ha sottolineato la portata riformatrice del disegno di legge.
Ma è davvero giustificata tutto questa esultanza?
Il ddl detta misure in materia di governance, reclutamento e stato giuridico dei docenti e dei ricercatori, contabilità, qualità ed efficienza delle università, diritto allo studio ed è organizzato in tre parti, spalmate su 24 pagine cui si aggiungeranno uno o più decreti legislativi che dovranno disciplinare ulteriormente la materia. Insomma una mole gigantesca di norme, articoli, commi, regole e regoline (tutto in perfetto burocratese) degna dell’azzeccagarbugli di manzoniana memoria e della migliore tradizione statalista-centralista-di-sinistra.
Ma ciò che lascia ancora più perplessi – al di là della scelta di tecnica redazionale legislativa e di quella, politica, di condensare in unico provvedimento così tante questioni – è la totale assenza di prospettiva di questa tanto annunciata riforma. L’unico vero principio ispiratore del ddl, che emerge con chiarezza dalla lettura del testo, è il taglio della spesa pubblica  (che d’altra parte è stato il tratto caratterizzante la politica sull’università di questo Governo e di quello precedente) giustificato – si dice – dall’uso disinvolto  che gli atenei hanno fatto dell’autonomia universitaria. Ma a parte il fatto che se gli stessi criteri di rigore e responsabilità fossero applicati anche al Ministero dell’Università questo diventerebbe un ministero senza portafoglio (solo a titolo di esempio: vogliamo ricordare le autorizzazioni rilasciate in 2 anni circa a 11 università telematiche? Abbiamo dimenticato chi ha scritto la norma sul riconoscimento automatico di crediti formativi al personale delle amministrazioni pubbliche? Vogliamo ricordare chi ha chiuso un occhio quando certe università sforavano i loro conti invece di intervenire con le necessarie sanzioni? La lista è lunga e si potrebbe continuare…) il punto vero è che non esistono riforme a costo zero, a costo zero esistono solo i tagli. Non illudiamoci, dunque: per effetto di questa riforma (ammesso che arrivi all’approvazione) nessuna università italiana balzerà in testa alle tanto (spesso a sproposito) citate classifiche internazionali. L’unico effetto sarà forse qualche soldo in più nelle casse dello Stato. Alla faccia della riforma!

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