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RASSEGNINA
A cura del CLU
(Comunione e Liberazione Universitari)
In breve dalla stampa dal 18 al 31 gennaio 2005

Paolo Biondani
Reclutare combattenti per l’Iraq non è reato

Corriere della Sera, 25 gen.
«Non è reato reclutare mujaehddin per la guerra in Iraq. La grave accusa di terrorismo internazionale, infatti, si può applicare solo se è provata l’organizzazione di attentati “diretti a seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo politico e\o religioso” e cioè “delitti contro l’umanità”».

Vittorio Emanuele Parsi
Ma la via giuridica per la lotta al terrorismo è inadeguata

Il Foglio, 28 gen.
«La domanda da cui vorrei partire è la seguente: che cosa spinge un magistrato della Repubblica, un servitore dello Stato, a impiegare la propria intelligenza e competenza (scarse o abbondanti che siano qui poco importa) allo scopo di cercare di dimostrare le falle di una norma di per sé imperfetta, piuttosto che per capire come, pur con le sue imperfezioni, essa possa venir applicata? (…) Forse però la società avrebbe il diritto di attendersi che, perlomeno, persino il giudice seguisse “il comune buonsenso”».

Marco Gorra
Per i comunisti Al Zarqawi è un eroe

Libero, 26 gen.
«Si terrà infatti a fine marzo, luogo ed ulteriori dettagli ancora da destinarsi, la “Conferenza internazionale di sostegno alla resistenza irachena” promossa dal Campo antimperialista. Estremisti rossi si daranno appuntamento da ogni angolo del Globo alla conferenza – che scimmiotta nel nome quella per la ricostruzione – per fare il punto sulle prospettive di vittoria della guerriglia in Iraq e sull’eroismo delle azioni della cosiddetta resistenza irachena».

Angelo Panebianco
La forza di un popolo

Corriere della Sera, 31 gen.
«Si conferma, persino in un caso estremo come quello iracheno, che le persone, quale che sia la cultura di appartenenza, o le condizioni, anche terribili, in cui vivono, se e quando hanno l’opportunità di votare e di dire così la loro sul proprio destino lo fanno, anche a sprezzo del pericolo».

Commento
Ha fatto scalpore la sentenza del giudice Forleo: si sperava che alle oggettive carenze dell’ordinamento giuridico (che dall’11 settembre non prevede una giurisprudenza apposita per il terrorismo internazionale) supplissero l’intelligenza e il buon senso del magistrato. Ma, a quanto pare, eravamo troppo ottimisti: siamo d’accordo con il ministro Pisanu quando afferma: «Sembra che in questo modo si trasferisca la distinzione tra terrorista e guerrigliero dal piano politico-culturale a quello giuridico, con la conseguenza che così ragionando si finisce per mandare a spasso i terroristi» (Corriere 26.01.05). Ci chiediamo se la sentenza di Milano sia un errore, per quanto pericoloso, solo episodico, o la punta di un iceberg che denuncia un atteggiamento ben più diffuso nella magistratura. Segnali poco incoraggianti ci arrivano anche da altri ambienti: la sinistra antimperialista, ancora poco contenta della “giusta sentenza”, all’indomani dell’uccisione del maresciallo Cola, raccoglie fondi per finanziare la cosiddetta “resistenza irachena”. Queste due posizioni mettono in luce un problema più grave: l’incapacità di guardare i fatti per quello che sono. Per paura o per ideologia, pare non sia più possibile chiamare le cose con il loro nome, senza perdersi in sottili differenze di termini (terrorismo-guerriglia; guerriglia-resistenza) usati per confondere la realtà dei fatti. In questo clima fazioso ed ambiguo non vogliamo rinunciare a capire e a conoscere dove stia la verità. Prendiamo esempio da quello che sono state le elezioni del 30 gennaio in Iraq: 8 milioni di votanti, oltre il 60% degli aventi diritto. Il popolo iracheno, dopo decenni di dittatura, ormai tre anni di convivenza col terrorismo, nonostante le minacce per scoraggiare il voto, contro le previsioni pessimistiche dei più, ha scelto di essere protagonista della propria storia andando a votare. Così diceva un grande presidente americano: «Quando può scegliere in libertà, la gente sceglie la libertà».
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